1 -Prima di comunicare
Si presuppone che prima di iniziare ad entrare in rapporto con una persona, a maggior ragione un bambino, si assuma un buon grounding.
Il grounding è la chiave del lavoro bioenergetico ed è strettamente collegato alla respirazione. Letteralmente significa ristabilire il contatto dei piedi con il terreno, che simbolicamente rappresenta la realtà.
Questo significa imparare a sentire e liberare la carica energetica delle gambe e dei piedi verso la terra.
La persona in questo modo si sente più radicata e centrata, trova il coraggio di "stare in piedi sulle proprie gambe", diviene più in contatto con la realtà, più integrata e responsabile.
(Lowen A., Bioenergetica)
In pratica ricordiamoci che prima di entrare in contatto con nostro figlio (ma vale anche con qualsiasi altra persona) dovremmo cercare di mettere da parte le tensioni accumulate sul lavoro, le discussioni avute col nostro compagno, la fretta di dover accudire la casa, sentirci dentro il nostro corpo, respirare bene e profondamente per essere pronti a comunicare in modo corretto.
2 -L'empatia
"Mettersi nei panni dell'altro" è la base della relazione consapevole e necessita di "essere con" l'altro, di "sentirlo", di rispettare la sua diversità e il suo punto di vista, di avere coscienza del proprio io e dei propri limiti.
Cerchiamo quindi di capire se nostro figlio è pronto per comunicare con noi, se è intento a fare altro sicuramente non ci ascolterà.
Prendiamoci tempo, respiriamo, stiamo calmi, aspettiamo che nostro figlio sia pronto a comunicare con noi: rispettiamo e saremo a nostra volta rispettati.
3 - L'elemento verbale
Spesso attraverso come ci comportiamo, cosa diciamo, come lo diciamo, sono nascosti i nostri bisogni, le nostre paure, la nostra insoddisfazione.
Ma quando comunichiamo dobbiamo fare in modo che tutti questi elementi non compromettano la nostra capacità di comunicare e che allo stesso tempo a nostra volta impariamo a cogliere, in quello che gli altri ci dicono e come ce lo dicono, i loro bisogni, sentimenti, frustrazioni.
Secondo Pat Patfoort (Manuale di educazione nonviolenta) la Comunicazione Nonviolenta avviene attraverso quattro fasi:
* Imparare a cogliere la differenza che esiste tra osservare e giudicare, preferendo l'osservazione dei fatti ai giudizi moralistici.
* Imparare a riconoscere i nostri sentimenti e le loro sfumature, riconoscendo che i sentimenti non sono buoni o cattivi in sé, ma hanno una precisa funzione: farci sapere se i nostri bisogni sono stati soddisfatti o meno. Se lo sono siamo felici e pieni di gioia e amore, se non lo sono possiamo imparare a chiarirci di cosa abbiamo bisogno e come chiederlo.
* Fare delle richieste precise, concrete, negoziabili, nel presente, perché i nostri bisogni possano essere più facilmente soddisfatti.
* Utilizzare lo stesso procedimento a ritroso quando qualcuno comunica con noi seguendo un tipo di comunicazione violenta.
Qualunque sia il modo con il quale le persone si rivolgono a noi, dobbiamo essere consapevoli che possiamo scegliere di ascoltare gli altri e i loro sentimenti anche quando sono nascosti e sono espressi con giudizi, pretese o doveri ed insegnare loro a fare lo stesso.
4 - L'elemento corporeo: la comunicazione non-verbale
La maggior parte delle volte comunichiamo più efficacemente col nostro corpo, con la gestualità, con le espressioni del viso, con il tono della voce, che con le parole e, in generale, una buona comunicazione dovrebbe avvenire tenendo conto di tutte le vie di comunicazione.
Se chiediamo a nostro figlio "per favore" con tono di sfida, mettendo le mani sui fianchi come un vigile e arcuando le sopracciglia, il "per favore" scompare, anzi diventa un elemento negativo che anche nelle comunicazioni successive verrà inevitabilmente sminuito.
Se invece utilizziamo tutti i canali a nostra disposizione per comunicare, in modo che vadano nella stessa direzione e siano perfettamente integrati, avremo ottime possibilità che la comunicazione vada a buon fine.
Per esempio: chiedere al vostro bambino "per favore" con gentilezza, mentre lo guardate negli occhi sorridendo e lo abbracciate è una modalità di comunicazione sia corporea sia verbale efficace.
Il contatto fisico è uno strumento di comunicazione potentissimo, perché con esso non comunichiamo soltanto concetti, ma trasmettiamo il nostro "sentire", il nostro "essere", la nostra vita.
Ai bambini della nostra società viene regolarmente negato il minimo sindacale di contatto fisico fin dai primi momenti della loro vita: quando nascono, al posto che starsene beati tra le braccia della mamma e poppare quando più piace a loro devono essere lavati, puliti e stirati il prima possibile, non parliamo del caso in cui nascano sottopeso: avrebbero un bisogno ancora maggiore di stare con la mamma, ma vengono messi da soli in incubatrice quasi tutto il giorno.
Quando sono a casa devono imparare a stare la maggior parte del giorno nella carrozzina o nella culla, soprattutto la notte, perché se no sono bambini "viziati".
Alla scuola materna, se non stanno fermi un attimo, sono bambini incontenibili.
Alla scuola elementare al bambino che non sa stare fermo al suo posto per 8 ore al giorno viene prescritto il Ritalin, perché ha qualcosa che non va.
Qualcosa che non va invece ce l'abbiamo noi adulti, che dovremmo garantire al bambino il massimo possibile di contatto fisico e di movimento!
Quando nasce dovremmo sempre portarlo con noi, allattarlo a richiesta e tenerlo nella fascia o nel marsupio per la maggior parte del giorno.
Quando comincia a crescere dovremmo lasciarlo andare nella misura in cui lo chiede e riprenderlo tra le braccia tutte le volte che torna da noi.
Un bambino non è mai abbastanza grande per stare "giù dalle braccia".
Mamma e bimbo condividono lo stesso "campo energetico" fino almeno ai primi 3 anni di vita del bambino, età dal quale comincia a differenziarzi (comincia, non finisce).
Qualsiasi elemento turbi la madre, turba anche il figlio.
Qualsiasi eccesso di energia del bambino (che non è ancora in grado di scaricarsi da solo) passa attraverso il corpo della madre. S
e al bambino non è possibile "scaricare" questa energia in più cominciano i problemi: piange senza motivo, è "capriccioso", è "iperattivo", non riposa bene.
Basterebbe abbracciarlo, "contenerlo" (cioè stringerlo tra le braccia fino a che non si calmi), massaggiarlo, per ripristinare in lui il giusto equilibrio.
I bambini hanno bisogno di calore e contatto, quasi più del nutrimento, a tutte le età.