Di norma quando si intende curare una patologia, si studiano le varie cause che la determinano: se ne studiano gli organi interessati, le vie metaboliche coinvolte, i meccanismi che la scatenano e quelle che la possono fermare. Qualche volta, però, in mancanza di meglio ci si limita a curarne i sintomi, lasciando latente tutto quanto li abbia potuti far nascere. In ogni caso sulla base di questi studi si utilizzano i rimedi il cui meccanismo di azione interferisca con le cause o con i loro sintomi, inibendoli. Un fattore che difficilmente viene preso in considerazione è quello alimentare, chiamato in causa quasi esclusivamente per quei disturbi in cui risulti direttamente coinvolto... dimenticando che quanto noi assumiamo (o non assumiamo) con la nostra alimentazione, ci fornisce quei mattoncini che costruiscono il nostro corpo, che prendono parte ai processi metabolici, che fanno funzionare i nostri organi ed apparati. La filosofia che impera è che introducendo dall'esterno le giuste molecole nei giusti dosaggi il problema si affronta e si supera... e così si fa sempre ricorso ai farmaci. A questa logica non sfugge neanche l'ormai tristemente famoso Disturbo da Deficit dell'Attenzione ed Iperattività, meglio noto come ADHD. In molti casi, il tentativo di guardare ad altro che non sia la classica pillola è accolto dal mondo scientifico con sospetto, quasi fosse antiscientifico parlare di alimentazione, o di principi attivi vegatali: non ci sono mai evidenze scientifice sufficienti, e quando qualcuna salta alla ribalta delle cronache immediatamente nascono fior fior di riceche che dimostrano esattamente il contrario. Come se la scientificità fosse appannaggio unico della farmacologia. Abbiamo parlato di questo con il dr. Maurizio Bonati, del Dipartimento per la Salute Materno Infantile dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, di Milano: in realtà si è trattato di un’unica domanda piuttosto articolata, che nasce spontanea ogni qualvolta ci imbattiamo nell’ipotesi di soluzioni di diverse e naturali, rispetto al farmaco. “Gaia”. Esistono in letteratura diversi lavori, pubblicati anche su riviste di provata serietà, come il Lancet, un po’ la bibbia per il mondo scientifico, che percorrono strade diverse dal metilfenidato (Ritalin) come plausibili alternative per la cura dell’ADHD. Studi che portano all’integrazione alimentare con omega 3, ad esempio, oppure alla somministrazione accoppiata di Ginkgo biloba e Ginseng, che stimolano e tonificano il cervello e ne acuiscono l’attenzione. Eppure, nonostante si tratti di riviste accreditate, questi lavori cadono in genere nel nulla, e difficilmente riescono a raggiungere la rilevanza necessaria perché questo genere di rimedi possa essere preso in considerazione quale alternativa al farmaco. Perché non si prendono mai in considerazione simili spunti per avviare una seria ricerca? Non parliamo di omeopatia o di Fiori di Bach, nei quali l’inconsistenza di un principio attivo riconosciuto non consente l’individuazione di un meccanismo di azione su cui basare uno studio serio. Parliamo delle piante medicinali, i cui principi attivi sono noti, e da sempre costituiscono base da cui prendono origine le molecole farmacologiche ad oggi note. Perché questo? Non esiste curiosità scientifica in merito, non esiste interesse “commerciale”, o come troppi, e troppo poco seriamente, sostenitori del “naturale” ipotizzano, è tutto un complotto della “lobby del farmaco”? Bonati. […] sia per il farmaco che il “non farmaco” la scelta e il percorso assistenziale si deve basare sulle evidenze, e la cura su quello che risulta essere il “più evidente” terapeutico. Quindi c’è bisogno di produrre evidenze che un approccio (quindi non solo un farmaco) sia “migliore” di un altro, secondo la metodologia oggi ritenuta più accurata. Lei ha citato il lavoro di Lancet, che è un buon lavoro ben fatto, ma che esula da quella che è la condizione standard del percorso diagnostico e terapeutico del contesto quotidiano. […] Alcuni dei meccanismi d’azione postulati per i farmaci utilizzati nell’ADHD rendono ragione che sono i neurotrasmettitori (in particolare dopamina e noradrenalina) ed i rispettivi recettori ad essere coinvolti. Ipotesi che giustificano il loro utilizzo e l’orientamento della ricerca futura. Ripeto, è solo un aspetto, preponderante ma non esclusivo. Ben vengano altre ipotesi, e che queste vengano testate. Come? Non verso il placebo, ma rispetto al trattamento “standard” (e non solo farmacologico). Questo ha anche a che fare con un’altra sfera: quella dei diritti. Il diritto di ricevere il miglior trattamento ritenuto oggi di riferimento. E’ in quest’ottica che la ricerca tutta, e in particolare quella no-profit si dovrebbe orientare. Purtroppo però il farmaco è uno strumento si di terapia e salute, ma anche di mercato… e chi regola o domina il mercato ha più chance” A questo punto, visto il parere di un luminare come il dott. Bonati su un punto così delicato, forti del fatto che “Purtroppo però il farmaco è uno strumento si di terapia e salute, ma anche di mercato… e chi regola o domina il mercato ha più chance”, vediamo un po’ più da vicino uno di questi studi che propone un alternativa “naturale” al farmaco: la combinazione di Ginkgo biloba e Ginseng. Si tratta di uno pubblicato nel 2001 sul Journal of Psychiatric Neuroscience (2001, Vol. 26, No. 3, 221-8), fornisce una alternativa al Ritalin: in base a questo studio l'ADHD potrebbe (il condizionale è d'obbligo) essere determinato da un insufficiente flusso di sangue alla corteccia prefrontale, area deputata all'elaborazione di movimenti complessi, espressione della personalità e comportamenti sociali adeguati. Data questa ipotesi si è pensato di sperimentare gli effetti che possono avere due antiche erbe di origine orientale: il Gingko biloba ed il Ginseng. Piante queste che agiscono entrambe a livello cerebrale. Il Gingko biloba ha una riconosciuta attività vasodilatatrice periferica, ed agisce sul sistema circolatorio determinando l'aumento dell'irrorazione cerebrale e del tono venoso. Il Ginseng invece, stimola la sintesi proteica del Sistema Nervoso Centrale, favorendo la trasmissione neuronale I ricercatori hanno scelto le due piante partendo dal presupposto che insieme possono incrementare l'afflusso di sangue al cevello, con un meccanismo di azione simile a quello del Ritalin, senza manifestarne però gli effetti collaterali. In questo studio sono stati presi in esame 36 bambini di cui 17 affetti da ADHD: dopo due settimane di trattamento, il 50 % dei bambini ha mostrato un calo dei comportamenti iperattivi, il 56 % ha manifestato un incremento delle abilità cognitive, ed il 64 % si è mostrato meno incline ai comportamenti oppositivi nei confronti di familiari ed insegnanti. Alla quarta settimana il 65 % dei bambini sottoposti al trattamento ha mostrato una netta diminuzione dei comportamenti iperattivo-impulsivi. La conferma di tali risultati era allo studio con l'impiego di placebo... ma ad oggi non ne sono noti i risultati, senza i quali l'evidenza scientifica non può essere considerata tale. Le perplessità di fronte a questa indagine sono legate soprattutto all'interazione del Gingko biloba con altri farmaci: questa pianta infatti va somministrata con cautela in chi assume farmaci anticoagulanti, di cui potenzia l'effetto, e risulta particolarmente pericolosa in associazione con l'aspirina o con altri farmaci ad azione antiaggregante piastrinica. Cautela, daccordo... ed anche giusto! Ma a fronte dei numerosi e noti danni procurati dal Ritalin, perchè non tentare? Perchè non approfondire queste ricerche, andare avanti, fare un confronto tra i risultati ottenuti con questa combinazione ed il farmaco di elezione? Ne abbiamo parlato con il dotto. Bonati, e adesso sappiamo perché. Questo articolo è stato pubblicato per gentile concessione di Il Verde Mondo di Gaia (sconti per gli associati BimboNaturale)