Ho avuto modo di scambiare opinioni e di riflettere proprio recentemente sul bilinguismo dei bambini e ne faccio partecipi tutti voi.
E' ormai prassi comune in tutte le scuola materne o ormai in sempre più asili nido l'inserimento di una seconda lingua oltre alla lingua madre.
Dando per scontato il grande arricchimento culturale, sociale ed educativo dell'apprendere una o più lingue straniere, vorrei però soffermarmi sull'età nella quale sarebbe meglio mettersi a "studiare" una nuova lingua.
Tutti quelli con cui scambio opinioni mi guardano male quando mi esprimo decisamente CONTRO al bilinguismo dei bambini: "ma cosa dici? prima imparano meglio è!"; "ma dai! Lo sanno tutti che i bambini piccoli fanno meno fatica che i grandi"! etc etc...
Ebbene, sfatiamo 2 miti:
1- I bambini, nei primi 7 anni di vita almeno, MENO IMPARANO (dal punto di vista intellettuale) meglio è. Il bambino nei primi 7 anni (e nei primi 3 particolarmente) deve preoccuparsi solo di giocare e di "sentire" il proprio corpo. Nei primi anni di vita si ha una fase di etero-gestazione, il bambino è troppo grande per stare ancora nell'utero materno, ma anche fuori si deve occupare semplicemente di maturare fisicamente. Usare le forze, che dovrebbero essere dedicate al corpo, per "svegliare" l'intelletto rende i bambini DEBOLI, psichicamente (non sapete con quanti bambini devo avere a che fare, ultramaturi intellettualmente, ma piccoli piccoli interiormente... le "spaccature" psichiche in psicologia si chiamano schizofrenie, vedete coi) e fisicamente (mica per niente oggi i bambini sono bianchicci, malaticci, mollicci e sovrappeso)
2- Il fatto che il bambino non possa esprimere a parole la sua fatica non significa che non la provi! Ho avuto a che fare proprio in questi giorni con 2 famiglie, una multiculturale (mamma rumena, papà arabo, che vivono in Italia) e una italiana (il cui bambino va all'asilo nido inglese) entrambi con grandi problemi di disfluenza del linguaggio. La disfluenza deriva da una FATICA!
Io ritengo che la scuola abbia una funzione EDUCATIVA e non ISTRUTTIVA, a maggior ragione nel periodo prescolare. Il bambino deve essere circondato da persone DEGNE di essere IMITATE, non da isterici pronti a dare voti e giudizi su tutto!!!
Il compito della scuola dovrebbe essere di permettere al bambino di far uscire la sua interiorità, che può essere l'interiorità di un falegname, di una sarta, di un'educatrice, di un avvocato, di un medico, etc. ma è la propria interiorità! La scuola non dovrebbe essere asservita a esigenze INDUSTRIALI o a OBIETTIVI GENITORIALI, ma INDIPENDENTE. (oggi serve sì l'inglese e l'informatica, ma chi ha detto che tra 20 anni non serviranno il cinese e il saper cucire? E allora che senso ha togliere al bambino la propria individualità per farne perfetti informatici???)
Tornando al bilinguismo, per un bambino abituato a sentir parlare nella propria lingua madre non ha senso dover essere inserito in un asilo dove oltre alla fatica del dover essere separato molte ore dai propri genitori deve anche sorbirsi persone che parlano una lingua incomprensibile. Oppure dover sentire parlare 3 lingue diverse nella propria famiglia. Oppure avere un genitore che una volta gli parla in inglese e una volta in italiano (a meno che si abiti in un paese straniero, allora è accettabile)
Il linguaggio, infatti, è strettamente connesso al senso di appartenenza e alla formazione del corpo. Non poter avere nei primi anni di vita una lingua nella quale riconoscersi e comunciare ad esprimere il proprio pensiero rende i bambini instabili, senza radici, perciò INSICURI.
Dopo i 7 anni, invece, respirare, sentire e provare a ripetere filastrocche e canzoncine in altre lingue è molto importante e molto arricchente, ma certo senza mettersi a studiare! A 7 anni il bambino è maturo fisicamente e ha radici culturali abbastanza solide per poter cominciare ed avvicinarsi all'"estraneo" senza esserne sopraffatto.
Concludendo, i bambini avranno tutto il tempo nella loro vita per essere performanti e per raggiungere obiettivi, ma il poter avere un'infanzia sana, sentire un senso di appartenenza, giocare, sporcarsi, vivere a contatto con la natura, il sentirsi bene, perché a casa, in un luogo e con certe persone, non verrà mai restituito. Meditiamoci, prima di scegliere la scuola migliore per nostro figlio.